Il Teatro Ballarin rappresenta un bene di rilevante valore storico ed artistico, oltre che di fondamentale importanza sul piano civile e culturale per la comunità lendinarese; infatti, il Teatro Ballarin è stato dichiarato "di interesse particolarmente importante" ai sensi della legge n° 1089 del 1 giugno 1939 con decreto del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali del 16 giugno 1995. Nella relazione storico-artistica acclusa a detto decreto, redatta dall'allora soprintendente Arch. Fontana, non solo si evidenziano le antiche origini dell'edificio e le fasi delle successive ristrutturazioni che, nei secoli, hanno trasformato l'immobile fino alla sua ultima destinazione a cinematografo (chiuso nel 1986), ma si auspica esplicitamente "un adeguato restauro" che riporti il Teatro "al pubblico godimento e alla perduta dignità".
Se nel corso della storia la vivacità artistica e la vitalità culturale di cui ha goduto Lendinara sono state intimamente legate al Teatro Ballarin, si può ben sperare che la riapertura del Teatro consenta alla città di recuperare i fasti perduti.

Le origini del TeatroBallarin risalgono al periodo della dominazione Estense, quando il “granarazzo”, come veniva comunemente denominato, era un edifico adibito a deposito di biade e vettovaglie.
La documentazione archivistica e la cartografia storica ne attestano l’originaria localizzazione e la donazione alla nobile famiglia Mario con investitura del 6 marzo 1466 e, successivamente, a quella dei Dolfin e dei Soranzo.

L’antico immobile venne trasformato in teatro agli inizi dell’ottocento, quando cioè Giovanni Bertazzi e Girolamo Ballarin(i) lo acquistarono (1812) dal Comune e ne affidarono il progetto di ristrutturazione all’architetto Antonio Foschini, lo stesso autore del teatro comunale di Ferrara che, in questa occasione, riconfermò il proprio grande talento dovendo realizzare uno spazio teatrale all’interno di un edificio preesistente e nel rispetto di determinate esigenze.
Il teatro progettato dal Foschini (di cui rimane la relazione autografa di accompagnamento del progetto) era disposto a pianta a ferro di cavallo con tre ordini di 17 palchi e suddiviso in quattro parti principali: l’ingresso, il vestibolo, l’uditorio, e la scena. L’intervento di ristrutturazione durò dal 1813 al 1814 e venne affidato, per l’esecuzione progettuale, a Giovanni Tosi e, per le decorazioni interne, al pittore bolognese Giuseppe Tadolini.
Nel 1863, con l’acquisto del teatro da parte di Giorgio Voltolini, l’edificio fu oggetto di ulteriori modifiche, progettate dall’architetto e decoratore milanese Carlo Invernici che ampliò il palcoscenico, creò una sala per spettacoli minori, rinnovò la decorazioni e realizzò la facciata. Questa, prospiciente la piazzetta delimitata dal corso dell’Adigetto, si differenzia totalmente dalle mura perimetrali in cotto del severo edifico, la cui compatta massa muraria è appena interrotta da contenute aperture.
Tale prospetto, caratterizzato da una regolare forometria, al piano terra è rivestito a bugnato con tre porte di accesso, affiancate, ai lati opposti, da due finestre che danno luce ai locali un tempo chiamati della “trattoreria”.
La sezione centrale dell’ordine superiore è scandita da lesene con capitello corinzio, terminanti nel cornicione summitale e delimitanti tre alte finestre con poggiolo a balaustra sorretto da quattro mensoloni. Tutte le aperture del primo piano sono coronate da timpani scolpiti in pietra, riproducenti motivi floreali e strumenti musicali.
Il pesante coronamento della facciata, ingentilito nella parte mediana da un frontone arcuato, recante al centro la scritta “Teatro”, risale ad un intervento successivo operato dall’architetto bolognese Lorenzo Colliva.
Nel 1915 infatti, dopo un ulteriore passaggio di proprietà, il Colliva si adoperò per rendere il teatro più capiente, eliminando il peppiano, inserendo colonnine in ghisa a sostegno degli ordini superiori, costruendo una galleria sopra il terzo ordine di palchi e affidando l’esecuzione delle nuove decorazioni in stile liberty-floreale al pittore bolognese Carlo Boldi.
Dopo gli ulteriori interventi di ristrutturazione operati nel 1948 per trasformarlo in cinematografo, l’immobile, che una parte tanto significativa aveva avuto nella vita culturale della cittadina, risulta inutilizzato da circa un decennio, in attesa che un adeguato restauro lo riporti al pubblico godimento e alla perduta dignità.

(dalla relazione del Soprintendente Arch. Fontana del 16 giugno 1995)