Evento n.112 dalla riapertura (2 settembre 2007)

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15 gennaio 2011 - ore 21

quarto appuntamento
Se no i xe mati, no li volemo...


Sabato 15 gennaio 2011 - ore 21 - Teatro Comunale Ballarin

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VIRGINIO GAZZOLO
GIANCARLO PREVIATI - LINO SPADARO - MICHELE MODESTO CASARIN
SE NO I XE MATI, NO LI VOLEMO
di Gino Rocca
regia di Giuseppe Emiliani

e con MASSIMO SOMAGLINO, ADRIANO IURISSEVICH, ANDREA PENNACCHI, SILVIA PIOVAN, CHIARA SALERI, SANDRA MANGINI, ILARIA PASQUALETTO, GIANMARCO MAFFEI
musiche di Massimiliano Forza, arrangiamenti di Fabio Valdemarin
Lo spettacolo è dedicato a Giulio Bosetti

Teatro Stabile del Veneto Carlo Goldoni - Teatri SpA Treviso - Teatro Carcano Milano

Il progetto di recupero della drammaturgia veneta che negli ultimi anni ha ridato vita a Tramonto di Renato Simoni, La Base de tuto di Giacinto Gallina, Quando al paese mezogiorno sona di E. F. Palmieri e Nina, no far la stupida di Arturo Rossato e Gian Capo si arricchisce per la stagione 2010/2011 di un nuovo e importante tassello: in questo viaggio nel migliore repertorio veneto - soltanto in apparenza divertente o dedito alla ripetizione di schemi goldoniani, in realtà capace di graffiare come pochi altri, di andare a ficcare il naso nelle miserie quotidiane di case e famiglie assai rispettabili – non poteva mancare un testo di Gino Rocca.  Abbiamo scelto “Se no i xe mati, no li volemo”, scritto nel 1926 e  portato all'attenzione da Gianfranco Giachetti e poi dal cinema da Cesco Baseggio, ma che ha vantato però poche edizioni successive. L’ultima, eccellente, è legata a Giulio Bosetti che nel 1997, allora direttore del Teatro Stabile del Veneto, ne curò la regia e interpretò la figura del dolente e toccante Momi Tamberlan. A Giuseppe Emiliani oggi il compito di riportare sulla scene la vitalità straordinaria di un testo in cui franca comicità si mescola a una struggente malinconia. Compagno di viaggio di Teatro Stabile del Veneto e Teatri Spa è il Teatro Carcano di Milano, la compagnia diretta da Bosetti fin dalla sua fondazione. Proprio a Giulio Bosetti, a cui il teatro deve molto e in particolare il teatro veneto, dedichiamo Se no i xe mati, no li volemo.


La storia

Siamo in una sonnolenta cittadina fra Venezia e Padova, in un palazzo fatiscente che un bizzarro nobiluomo, morendo in giovane età, ha lasciato con tutto il resto del suo patrimonio a una congregazione di carità, ma destinandone l'usufrutto, finché saranno in vita, ai nove amici che hanno condiviso la sua esistenza scioperata e innocentemente trasgressiva e assieme ai quali ha addirittura fondato un’associazione che porta il glorioso nome di “Se no i xe mati, no li volemo” . Dei nove, all'inizio del racconto soltanto 4 sono in vita (uno emigrato in America) e dei tre rimasti nessuno, ovviamente, ha più ne la forza ne la voglia di coltivare quell'antica fama. Sono Piero Scavezza che ha oramai perso il vigore di un tempo e guarda al momento in cui la morte lo ricongiungerà con il figlio caduto in guerra; Bortolo Cioci, diventato un brontolone ruvido e nevrotico e Momi Tamberlan, architetto stravagante e incompreso sposato in seconde nozze con la giovane Irma, che con le sue pretese e un tenore di vita sopra le possibilità di Momi, sta mandando in rovina la famiglia.
Un brutto giorno l'avvocato Giostra, altero e baldanzoso, porta loro la ferale notizia che l'immobile, da loro occupato, proprietà della Congregazione, non spetta più loro di diritto perché da tempo i soci non rispettano le clausole dello statuto che prescrive, per ogni membro, una perenne vita spregiudicata e goliardica di cui essi devono quotidianamente dar prova. Malgrado la avanzata età e i crucci delle rispettive situazioni personali, i tre decidono di tornare a fare 'i matti' come ai tempi delle lontane imprese studentesche, nel tentativo di recuperare i loro diritti inseguendo una impossibile giovinezza.
Il guaio è che i loro fisici non resistono alla prova e la farsa si trasforma in dramma, quasi in tragedia.  


Note di Regia

Se no i xe mati, no li volemo è senza dubbio il capolavoro teatrale di Gino Rocca.
Il testo fu rappresentato per la prima volta nel 1926. Il pubblico, testimonia il Simoni, ne fu subito conquistato e la critica fu unanime nelle lodi. Perfino il “rustego” Marco Praga non ebbe riserve da avanzare e concluse la sua cronaca così: “Bella commedia, varia, ricca di contenuto, felicemente immaginata e architettata, con dei trapassi dal comico al drammatico  di una delicatezza squisita. Il suo successo fu grande, e ben meritato”. Se no i xe mati, no li volemo  è una commedia amara e divertente, un impietoso ritratto del mondo di provincia dove (per dirla con Ferdinando Palmieri) “anche i muri trasudano ferocia”.
Un testo sorprendente che liquida il mito della provincia semplice e bonaria e ne svela invece, senza pietà, la faccia torbida e violenta con grande ironia.
Tutta la commedia è dominata da un fondo melanconico e nostalgico, tuttavia la poesia di Rocca è mitigata da gustose e continue pennellate umoristiche.  
Grande è la capacità dell’autore di bilanciare momenti comici a intensi momenti drammatici.
Un testo asciutto, privo di retorica, da recitare con grande “verità”.
Un linguaggio concreto e colorato, il veneto di terraferma, ben lontano da quello lagunare di Goldoni, Gallina e Selvatico e comprensibilissimo anche per gli spettatori non veneti.
Un dialetto dotato di immediatezza, spontaneità, fedeltà alla vita.
Tre grandi personaggi in un nebbioso crepuscolo di provincia tre uomini che si riveleranno messi alle strette dalla venuta del nuovo che avanza in una società che sarà costretta ad entrare nel secondo conflitto mondiale pochi anni dopo.
Tre creature che si difendono come possono dai colpi del destino: Bortolo con la sua grinta feroce nasconde le ferite di una sorte avversa; Piero, che vive solo del ricordo del figlio in guerra, si difende con ironia; Momi, artista eclettico ma amareggiato da una difficile situazione famigliare, si rifugia nei suoi sogni di artista fallito.
Tre indimenticabili caratteri. Bortolo, il più scontroso e scorbutico, dà il timbro ironico e aspro alla commedia. Piero è invece più “dolce e triste” ma non meno rassegnato alla inesorabilità del tempo. Momi, infine, è il più crepuscolare, il più vanamente ribelle resti ormai anacronistici di una giovinezza scapigliata e impertinente.
Tre vecchi-bambini, inetti alla vita, impotenti, in contrasto con la mitologia della forza e dell’efficienza cari alla propaganda fascista dell’epoca.
Tre “ragazzi matti” invecchiati che non vogliono accettare la loro senilità, colti nella loro velleità di recupero polemico di un tempo ormai perduto.
I tre protagonisti, infatti malandati, soli o delusi negli affetti, in difficoltà economica, sono costretti a recitare beffardamente la parte di giovanotti spericolati per poter salvare un'eredità. Alla senilità si sovrappone, così, il tema ancora più moderno della finzione, della maschera da imporre sarcasticamente al vero volto, come forma grottesca di difesa e di deformazione dell'autentica verità dell'anima.

Giuseppe Emiliani


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Intero € 22,00 - Ridotto € 17,00 - Studenti € 11,00



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telefono tel. e fax fax 0425 642389;

Teatro Comunale Ballarin - Via G. B. Conti, 4 - Lendinara
i giorni degli spettacoli dalle ore 18,30
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